Intervista a Doriano Longo dell’Ensemble Terra d’Otranto

Incontriamo Doriano Longo violinista e responsabile dell’Ensemble Terra d’Otranto, gruppo pugliese di musica antica in attività da oltre venticinque anni. Maestro, ci presenta l’Ensemble e il concerto che realizzerete a Torino?

Il progetto iniziale dell’Ensemble Terra d’Otranto era quello di far conoscere o riportare alla luce le opere più significative degli autori dell’antica Terra d’Otranto. Nel corso del lavoro di ricerca, tuttavia, si è avvertita la necessità di esplorare anche quel repertorio popolare che fra XVI e XVIII secolo ha caratterizzato le espressioni musicali e poetiche più originali del Salento; un repertorio molto ricco, influenzato sia dalla cultura ellenica che da quella spagnola, che ancora nei nostri giorni sono presenti. Nello specifico della terapia musicale legata al tarantismo, la scelta è stata quasi “obbligata” visto che nella nostra terra, il Salento, antica Terra d’Otranto, tale pratica è stata vissuta fino agli anni Settanta del secolo scorso e le prime fonti musicali documentate risalgono a fine Rinascimento e inizio Barocco, periodo in cui non c’era ancora una netta distinzione tra musica colta e popolare e la cui letteratura è predominante nei nostri interessi e studi. Per questo motivo il nostro ensemble affronta con uguale passione e coinvolgimento i diversi repertori.

Da dove proviene il materiale musicale che utilizzate per il concerto dedicato alla terapia del tarantismo?

La maggior parte del materiale è tratto da fonti originali recuperate nei vari archivi e biblioteche sparse per l’Europa. La restante parte è formata da nostre composizioni in stile e da musiche tradizionali sopravvissute fino ai nostri giorni.

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Musicalmente, c’è differenza tra le pizziche nate per la cura dei tarantolati e quelle più recenti, destinate all’intrattenimento e alla danza?

A partire dal XVIII secolo la funzione terapeutica della tarantella sopravvive solo in Puglia e in alcune zone del Sud della Spagna. Nel resto del meridione d’Italia diviene una danza di corte o d’intrattenimento: a Napoli, ad esempio, venivano organizzati in piazza spettacoli per i turisti con finte tarantate e tarantelle ricreate. Da ciò ne conseguì un’inevitabile “decadenza” sia nella varietà sia nella forma. Straordinaria, per certi aspetti, è la sopravvivenza nel Salento (fino a tardo Novecento) della funzione terapeutica della tarantella: la danza assume la denominazione popolare di “pizzica”, dal morso della tarantola, e conserva gli stessi ossessivi elementi ritmici e melodici dell’antica forma.

Con il grande interesse che c’è stato in questi ultimi anni per la musica tradizionale salentina, in particolare per la pizzica, e con la scomparsa dei tarantati e dei riti legati al tarantismo, questa forma di tarantella ha subito notevoli cambiamenti sia a livello strutturale sia funzionale. In qualche modo possiamo affermare che si è “snaturata”, divenendo una forma musicale pop, non più tradizionale o terapeutica.

Dal nostro punto di vista, abbiamo cercato di fare un lavoro di ricerca, codifica ed esecuzione delle tarantelle antiche con l’intento di conservare le funzioni originali di queste musiche e non di eseguirle in maniera folkloristica o addirittura “salottiera”, come ahimè si sente fare anche da prestigiosi gruppi di musica antica. Argomenti legati al rito e alla terapia di un “malessere”, e quindi alle sofferenze dell’uomo, devono essere affrontati con rispetto e profonda conoscenza dei contenuti. Tutto l’attuale interesse deriva da una moda, dal voler offrire spettacoli dall’esito garantito perché efficace è la musica, travolgente è la pulsazione ritmica.

Noi ci siamo interessati di tarantelle in tempi “non sospetti”; l’aspetto che per noi deve prevalere nella proposta di ascolto delle nostre produzioni è quello culturale e “affettivo”: il pubblico che assiste ai nostri concerti vorremmo che ricevesse spunti di riflessione e di emozione. La musica è per noi strumento di conoscenza e divulgazione; non intendiamo farne uso per mettere in mostra le nostre “abilità” tecnico interpretative.

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Secondo la vostra esperienza, perché, fra tutte le arti, la musica è quella a cui si attribuisce sin dall’antichità una forza terapeutica?

Nei miti, nelle leggende e negli antichi testi la musica è descritta quale custode di potere magico e forza onnipotente. La musica ha origine proprio nel potere magico del suono sulla materia e il suono è la primigenia energia cosmica artefice della creazione di tutte le cose; spesso, l’operazione magica e il prodigioso non solo si manifestano con un suono, ma sono un suono nella loro essenza.

Numerosi sono gli esempi sui poteri terapeutici della musica a partire dalle antiche civiltà fino a giungere alla tradizione greca (Pitagora, Platone, Aristotele…) dalla quale ci giungono le prime testimonianze di un uso controllato e razionale della musica nella cura e nella prevenzione delle malattie. Anche il pensiero medievale fu influenzato dai numerosi scritti sulla musica e sul suo potere di guarigione; ecco dunque che l’eredità pitagorico platonica si congiunse prima alla mistica cristiana elaborata da Sant’Agostino e poi ai trattati di Boezio, Cassiodoro e Isidoro di Siviglia.

Nel tardo Medioevo, e soprattutto nel Rinascimento, l’antica teoria degli effetti della musica viene riconsiderata da un punto di vista empirico (pratico) e non più metafisico (trascendente o astratto). Johannes Tinctoris, teorico e musicista fiammingo del Quattrocento, così si esprimeva sull’argomento nel trattato Liber de arte contrapuncti: «… le armonie dei suoni e delle melodie dalla cui dolcezza deriva il piacere dell’orecchio, sono prodotte non da corpi celesti (come si asserisce nel classicismo greco) bensì dagli strumenti terreni, con l’aiuto della natura». È di questo periodo il più antico testo che documenti l’esorcismo musicale legato al morso della tarantola e, quindi, ai tarantati. Si tratta del Sertum papale de venenis del 1362 attribuito a Guglielmo de Marra di Padova, in cui si trova scritto: «… coloro che sono morsi dalla tarantula traggono massimo diletto da questa o da quella musica, per esempio della cetra, e soprattutto della melodia chiamata pelandra; mentre altri si compiacciono del suono del lepote e soprattutto dell’aria chiamata Dama di Provenza, …». E ancora: «Ugualmente lo si allieti, il tarantato, con diversi canti e balli in ogni modo possibile, con molteplicità di suoni e gradite novità, come insegna l’esperienza, da certi suoni traggono tanto godimento e giovamento da apparire guariti. … »).

Nelle musiche per la terapia del tarantismo, dunque, la tradizione popolare sembra accogliere un’eredità antropologico-culturale che dal mondo antico giunge fino ai nostri giorni. Il morso della tarantola, presunto o reale che sia, assume una forte valenza simbolica in cui l’animale incarna le oscure paure ancestrali dell’uomo e la terapia musicale diventa fulcro di un rito esorcistico e liberatorio di potente suggestione.

Intervista raccolta da Liana Puschel per l’Unione Musicale

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