Intervista esclusiva all’Ensemble Kinari

Il nome Kinari” richiama l’idea di un colore naturale e non trattato. In che modo questo concetto si riflette nel vostro modo di scegliere e interpretare il repertorio, e come si manifesta nel programma del concerto torinese?

Il termine “Kinari” evoca per noi qualcosa di essenziale, non filtrato, ma allo stesso tempo ricco di sfumature. È un’idea che guida anche il nostro modo di scegliere e vivere il repertorio: a volte si tratta di pagine meno eseguite, in altre si cercano percorsi interpretativi diversi per slegarsi dall’imponente peso della prassi (che rimane ovviamente un punto di riferimento fermo e importantissimo).
Nel concerto torinese questo approccio prende forma attraverso due grandi Quartetti del repertorio romantico: il Quartetto op. 87 di Dvořák in apertura e il Quartetto op. 60 di Brahms in chiusura. Due mondi diversi ma accomunati da una scrittura intensamente fisica e dialogica, che ci permette di lavorare sul suono come organismo vivo, lasciando emergere le tensioni, le densità e le zone più intime senza sovrastrutture interpretative.

Scopri di più sul concerto dell’Ensemble Kinari

Il vostro primo grande progetto è stato dedicato a Eliodoro Sollima, un compositore ancora poco frequentato. Cosa vi ha spinto verso questa ricerca e come ha influito questa esperienza sulla vostra identità di ensemble?

L’incontro con la musica di Eliodoro Sollima è nato da un’esigenza più che da una scelta programmatica. Fin dall’inizio ci ha colpito una scrittura che sfugge a definizioni univoche: una musica non allineata, difficilmente collocabile entro categorie stilistiche o cornici storiche precise, e proprio per questo profondamente libera, pur rivelando una struttura interna rigorosa e mai casuale. È un linguaggio che sembra sottrarsi a ogni etichetta, seguendo una propria traiettoria autonoma.
Uno stile che potremmo definire in “evoluzione”, per richiamare il titolo di un suo ciclo di composizioni per strumenti diversi, che si muove costantemente verso il futuro pur mantenendo viva la consapevolezza del proprio percorso e della propria provenienza.
Lavorare su questo repertorio ci ha invitati a costruire un linguaggio comune senza riferimenti interpretativi consolidati. In assenza di una tradizione esecutiva, il processo è passato necessariamente attraverso l’ascolto reciproco, il confronto continuo e, naturalmente, attraverso un forte legame con le partiture, a volte manoscritte. Questo cammino ha inciso in modo decisivo sulla nostra identità come ensemble, rafforzando l’idea di Kinari come luogo di ricerca e sperimentazione. Non a caso, il 2026 – anno della ricorrenza della nascita di Eliodoro Sollima – rappresenta un’occasione simbolica, ed ormai profondamente emotiva, per rinnovare questo legame.

Dopo l’incisione dell’album dedicato a Eliodoro Sollima prosegue la vostra collaborazione con Giovanni Sollima?

La collaborazione con Giovanni Sollima prosegue con un confronto e dialogo aperto, che non si esaurisce in un singolo progetto e che nel tempo assume forme sempre diverse. Da alcuni anni, inoltre, grazie al prezioso confronto con Giovanni, la nostra pianista Flavia Salemme sta curando e ordinando il lavoro di studio e di pubblicazione dell’intero catalogo delle opere di Eliodoro Sollima. Un percorso che affianca una dimensione di approfondimento a quello di una responsabilità storica nella riscoperta dell’opera di una figura artistica che ha ancora tanto da raccontare.

 Scopri i concerti della serie Note tra Noi

Tutti e quattro siete musicisti eclettici, che lavorate anche con altri ensemble e con orchestre. Quali opportunità vi offre l’esperienza con l’ensemble Kinari?
Come affrontate lo studio e il dialogo tra i membri dell’ensemble?

L’ensemble è un luogo dove le nostre diverse esperienze – orchestrali, cameristiche, solistiche – diventano materia comune in uno spazio di libertà artistica condivisa.
Il nostro lavoro non si limita a cercare un equilibrio sonoro, ma si concentra sulla costruzione di una vera e propria qualità di dialogo e collaborazione. Ognuno porta con sé il proprio modo di pensare, di respirare, di abitare la musica, e il processo creativo sta nel permettere a queste differenze di coesistere senza annullarsi. La dimensione collettiva del gruppo rappresenta per noi una continua sfida e un’opportunità di crescita personale e musicale. Dopo aver lavorato in contesti spesso molto strutturati come le orchestre, il Kinari è lo spazio dove ognuno contribuisce, con la propria individualità, alla creazione di un corpo comune, che si muove insieme e prende forma nel suono, dando vita a un percorso artistico che è allo stesso tempo intenso e profondamente autentico.

Il vostro concerto torinese rientra nella serie Note tra noi, che permette al pubblico di stare a stretto contatto con i musicisti: questa vicinanza vi preoccupa (per una eventuale perdita di concentrazione) o vi sembra di stimolo?

Per noi è sicuramente uno stimolo e un arricchimento. Sentire vicina la presenza diretta e immediata di chi ascolta crea un “circuito energetico” particolare, che trasforma il concerto in un’esperienza condivisa e intima, autenticamente cameristica. In questo spazio ravvicinato, la musica (ri)diventa qualcosa di più di un concetto legato al suono: è una forma di comunicazione viva, che continua a respirare e a evolversi nel presente, non è un oggetto statico appartenente a un altro secolo o a un tempo lontano.
La musica ci obbliga con dolcezza a vivere il presente, a percepire ogni secondo: ogni frase, ogni mutazione armonica, ogni umore, chiede a gran voce di essere restituito nel suo tempo esatto, con tutta l’attenzione e la cura che merita.
In contesti come Note tra noi, questa consapevolezza si amplifica proprio grazie alla vicinanza con il pubblico. La musica è tutt’altro che distante e formale, ritorna ad essere un incontro umano, un dialogo a più livelli fatto di suoni, sguardi e respirazioni condivise che eliminano le barriere legate a palchi e platee. È in questa relazione diretta e sincera che si manifesta la vera forza del concerto.

I prossimi concerti dell’Unione Musicale

Intervista raccolta da Liana Püschel per l’Unione Musicale

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