Maestro Antonioni che cosa ci può anticipare sul brano Ramses’ Rocks, che ascolteremo in prima assoluta il 3 dicembre al Teatro Vittoria?
Ramses’ Rocks è un gioco di parole. Significa almeno tre cose: le rocce di Ramsete, poiché ciascun brano è ispirato ad uno dei materiali di costruzione usati per i monumenti e le statue dell’antico Egitto; significa anche: i rock di Ramsete, poiché nel mio pezzo i riferimenti a quella musica sono abbastanza evidenti; infine, Ramses rocks! vuol dire anche, e soprattutto: Ramsete è fico!
Sono stato molto piacevolmente sorpreso dalla richiesta di scrivere un brano per celebrare il bicentenario del Museo Egizio di Torino, perché quando si è cominciato a parlare del progetto ero da poco tornato da una crociera sul Nilo e la coincidenza mi ha davvero stupito. Ma poi sono rimasto ancora più stupito quando ho saputo che ad eseguire la mia musica sarebbe stato il Castalian Quartet, che lo scorso giugno ha presentato in prima esecuzione alla Wigmore Hall di Londra un altro mio quartetto, scritto l’anno scorso. Penso che queste coincidenze siano troppe per essere casuali, e che il collegamento spirituale (si potrebbe quasi dire esoterico) tra Torino e l’Egitto in questa occasione si sia reso visibile. Quindi: Ramses rocks!
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In che modo Ramses’ Rocks dialoga con l’altro brano in programma, il Quartetto in mi bemolle maggiore op. 127 di Beethoven?
Nei suoi ultimi Quartetti Beethoven trascende la forma classica, la libera dalle costrizioni stilistiche rispettandone ma nello stesso tempo trasfigurandone il linguaggio. Ne vengono fuori composizioni monumentali, a cui faccio riferimento mostrando i materiali di costruzione, le rocce appunto, con cui si assemblano statue e monumenti. A differenza di Beethoven, che sottopone i suoi temi a incessanti sviluppi, in Ramses’ Rocks gli elementi non sono trattati come temi, ma quasi come oggetti sonori che si presentano per il tempo necessario ad essere definiti e caratterizzati. I brevi pezzi sono anche ispirati alla varietà di situazioni espressive che Beethoven ha contribuito ad ampliare, rendendo il quartetto d’archi una formazione duttile, flessibile e, dopo più di due secoli, ancora in trasformazione.
Musicalmente parlando, in Ramses’ Rocks come viene espresso l’omaggio all’anniversario del Museo Egizio?
Durante il mio viaggio in Egitto, nel tempio di Philae mi sono imbattuto quasi casualmente in una raffigurazione della dea Hathor, in piedi, che imbraccia una specie di chitarra in modo simile ad un basso elettrico: sembra quasi lo tenga a tracolla. Questo strano corto circuito culturale mi ha fatto venire in mente un altro possibile anacronismo creativo, un quartetto d’archi che utilizza alcuni stilemi della musica rock nel modo in cui un quartetto d’archi può farlo, senza cioè rinunciare del tutto alla sua storie a le sue peculiarità.
Come molte altre divinità egizie, Hathor era dea di molte cose imparentate sotto una stessa idea. Nello specifico, Hathor è ciò che dona pienezza all’esperienza di vita: musica, ma anche danza, ebbrezza e sensualità. Ho voluto scrivere dunque un brano pieno di vitalità, ritmo, divertimento e spirito: una musica che spero appaia enigmaticamente sorridente, e renda così omaggio non tanto alle antichità egiziane come elementi del passato, ma alla lunga vita che il Museo di Torino ha continuato e continuerà a donare loro.
Ha avuto modo di lavorare con Quartetto Castalian per lo studio del brano (o già in fase di composizione)? Quali elementi della vostra collaborazione sono per lei particolarmente preziosi e interessanti?
Lavorare con i Castalian lo scorso giugno è stata una occasione per avvicinarmi al mistero della creatività. Un quartetto d’archi non è fatto da quattro strumenti: è uno strumento musicale unico, fatto di quattro persone. È sempre sorprendente assistere alla realizzazione di una identità sonora ed espressiva unitaria, dove i singoli caratteri sono allo stesso tempo individuali e omogenei. Con loro ci siamo scritti molto, ma non abbiamo parlato tanto. Però l’intesa musicale che abbiamo raggiunto prescinde dalle parole. Sono molto dinamici e flessibili, suonano con curiosità e passione, e fanno ogni cosa con convinzione, cercando (e trovando) la musica oltre le note.


