Intervista esclusiva a
Stefano Valanzuolo e Francesco Nicolosi

Stefano Valanzuolo, nell’Ottocento il pianista Sigismund Thalberg era famoso in tutta Europa e particolarmente apprezzato in Italia per il lirismo delle sue esecuzioni. Con il tempo però, la sua fama fu oscurata da quella di due brillanti contemporanei, Chopin e Liszt, al punto che oggi raramente è eseguito in concerto. Lei come ha scoperto questo autore?

Per un napoletano come me, da molti anni alle prese con la musica, l’incontro con la figura e l’opera di Thalberg si può dire sia stato inevitabile. Thalberg è considerato, infatti, il fondatore della scuola pianistica napoletana, poi sviluppatasi in molti versanti e rimasta attiva fino ai giorni nostri. C’è un Centro Studi, con sede a Napoli, che porta il suo nome e lo celebra con progetti divulgativi oltre che con un concorso internazionale di pianoforte. Meno di due anni fa, poi, l’editore Colonnese ha pubblicato una monografia thalberghiana scritta a sei mani da Francesco Nicolosi con Marielva Torino e Piero Rattalino (l’ultimo suo titolo dato alle stampe) e questa evenienza ha finito col riaccendere la mia curiosità intorno a un personaggio dall’aura seduttiva e romantica. Un autore romantico fino in fondo, a giudicare dal legame stretto che mise in connessione la sua musica con il contesto in cui visse, ma anche uno sperimentatore audace. Infine un viaggiatore colto che di Napoli seppe apprezzare l’anima più profonda.

Come nasce la collaborazione con Francesco Nicolosi, fondatore del Centro Studi Sigismund Thalberg e raffinato interprete della sua musica?

Con Nicolosi, catanese di nascita ma ormai napoletano di adozione e temperamento, ho un antico e cordialissimo rapporto di amicizia. Con lui condivido l’idea che la musica possa essere veicolata al pubblico anche in forme meno convenzionali, per esempio attraverso racconti che fondano la suggestione della partitura con quella delle parole. Abbiamo messo in pratica questo concetto con un primo spettacolo-concerto, in cui io riprendevo la storia di Wladyslaw Szpilman, il pianista del ghetto di Varsavia, e Francesco suonava soprattutto Chopin, ma anche Liszt e Rachmaninov. Il format è piaciuto a noi e al pubblico. E allora, ci abbiamo riprovato, questa volta concedendo attenzione a un autore specialmente caro a Nicolosi, che ne ha inciso tutta l’opera pianistica.

Lo spettacolo Quel che resta del genio ripercorre la vita di Thalberg attraverso il racconto di Efisio Marini, il medico che mummificò il suo cadavere. Perché è stato scelto questo punto di vista?

Mi interessava evitare il racconto didascalico, la descrizione biografica in stile wikipedia. Un racconto che aspiri a sfiorare il teatro deve proporre un angolo visuale originale, deve sottendere un’idea narrativa lontana dall’arida rappresentazione oggettiva. Leggendo il libro scritto da Nicolosi, Torino e Rattalino mi sono imbattuto nella figura misteriosa di Efisio Marini, una sorta di dottor Frankenstein italiano, e ho immaginato che fosse proprio lui a raccontare Thalberg. Lui che lo conobbe post mortem ma che l’avrebbe ritrovato attraverso la memoria degli altri, della sua vedova soprattutto, e attraverso la sua musica.
Il testo (a parte una breve lettera della vedova Thalberg) è interamente frutto di fantasia ma poggia su fatti storici documentati e include personaggi che sfiorarono tutti la vicenda di Thalberg. Ne viene fuori un ritratto d’artista in soggettiva, naturalmente, ma anche l’immagine di una città – Napoli, naturalmente – e di un’epoca attraversata da pulsioni romantiche, che alla musica seppe attribuire un valore forte, artistico e sociale.

Thalberg diceva che per far “cantare” il pianoforte bisognava suonare con “dita di velluto e mani senza ossa”. Il medico Marini riuscì a confermare che le mani del Maestro erano “prive di ossa” o trovò qualche altra peculiarità?

C’è un passaggio, nel racconto, in cui s’immagina che Marini dichiari, dopo attenta analisi anatomica, che le mani di Thalberg erano due, e non tre come qualcuno, obnubilato dal virtuosismo del pianista, aveva avuto il coraggio di dire. Da ciò si capisce quanto la figura di Thalberg fosse per i contemporanei a un passo dal mito. L’io narrante della nostra storia, ossia Efisio Marini, al cadavere del musicista rivolse un’attenzione scientifica rigorosissima, convinto che le ragioni del genio dovessero risiedere nel corpo e che arte e scienza non dovessero più essere considerate parti in contrapposizione ma elementi complementari di un unicum virtuoso. Non scoprì nulla di scientificamente clamoroso, Marini, se non il potere di seduzione della musica.

 

Scopri di più sullo spettacolo Quel che resta del genio

 

Francesco Nicolosi, Thalberg è stato uno dei grandi virtuosi del pianoforte dell’Ottocento, che ottenne importanti riconoscimenti anche dai musicisti a lui coevi. Come mai oggi la sua figura non è altrettanto nota come quelle di Chopin, Liszt o Rachmaninov?

Sigismund Thalberg è stato essenzialmente un grande interprete, virtuoso tra i più famosi della sua epoca. A quattordici anni fu nominato pianista di Sua Maestà l’Imperatore d’Austria, appena diciottenne conquistò Parigi con il suo concerto per pianoforte e orchestra, proseguendo poi una straordinaria carriera in tutta Europa e nelle Americhe. A differenza di Chopin, Liszt o Rachmaninov, si dedicò marginalmente alla composizione, tranne che per i brani che lui stesso eseguiva in concerto (principalmente parafrasi d’opera, trascrizioni e fantasie). Con il Centro Studi Internazionale Sigismund Thalberg da anni ci dedichiamo alla rivalutazione della sua figura di musicista anche in relazione al suo ruolo fondamentale come fondatore della Scuola pianistica napoletana.

Nelle composizioni di Thalberg sono presenti formule tecniche innovative e rivoluzionarie: quali sfide pongono ai pianisti odierni?

Il pianismo thalberghiano è molto impegnativo da un punto di vista virtuosistico. Tra le caratteristiche più innovative c’è sicuramente il cosiddetto “effetto a tre mani”, ossia il posizionamento della melodia nella parte centrale della tastiera da eseguire alternativamente con i pollici delle due mani che contemporaneamente sono impegnate in una serie di arpeggi che percorrono tutto l’arco timbrico dello strumento. Si creava così quell’illusione ottica e acustica che faceva credere a chi lo ascoltava che egli avesse tre mani. Tra gli esempi più interessanti di questa tecnica mi piace citare la Fantasia sul Mosè di Rossini, la Fantasia sul Don Pasquale di Donizetti e il Grande Capriccio sulla Sonnambula di Bellini.

Thalberg è considerato il fondatore della scuola pianistica napoletana, rimasta attiva fino ai giorni nostri. Quali sono le caratteristiche di questa scuola?

La tecnica pianistica thalberghiana si basava su due elementi essenziali: il riposo del braccio e la bellezza del suono. Thalberg teorizzò i principi per raggiungere questi obiettivi nella prefazione dell’op. 70 L’art du chant appliqué au piano, un vero e proprio vademecum per i giovani pianisti che si accingevano a iniziare lo studio del pianoforte. Attraverso i suoi allievi, e in particolare grazie a Beniamino Cesi, tali principi continuarono e continuano ad essere ancora oggi alla base di quella che viene riconosciuta ai nostri giorni come la Scuola pianistica napoletana.

 

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