Maestro Gadjiev, con i due concerti di febbraio si conclude la residenza triennale all’Unione Musicale, cosa ha rappresentato questa esperienza? Quali opportunità offre ad un artista il rapporto continuativo con un ente e quali legami si instaurano con la città e con il pubblico?
Questa è stata certamente una splendida esperienza. Forse la più significativa che ho mai fatto con una istituzione di questo prestigio. Il rapporto continuativo è davvero importante, crea un sentimento, un legame che va oltre la professionalità, un desiderio interiore di dare qualcosa al pubblico che inizia a conoscerti, a seguirti, a scoprire non solo il musicista ma anche l’uomo.
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Come è nata la collaborazione con il Quartetto Consone?
È nata qualche anno fa, grazie alla partecipazione simultanea al BBC New Generation Artist Scheme. Ci siamo conosciuti in quell’occasione e abbiamo avuto la splendida opportunità di suonare nella bellissima residenza di Alec Cobbe, un collezionista di strumenti a tastiera antichi di Londra. In quell’occasione suonai sull’ultimo Pleyel appartenuto a Chopin, strumento che il compositore utilizzò per la prima esecuzione della Sonata per violoncello. Un ricordo memorabile.
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Nella prima parte del concerto suonerete una versione cameristica del Concerto n. 2 di Chopin, qual è l’origine di questa trascrizione? Quali sono le differenze sostanziali nell’affrontare il Concerto con questo organico rispetto all’orchestrazione originale?
Ci sono varie trascrizioni, noi suoniamo quella realizzata dal pianista polacco Bartłomiej Kominek. La trascrizione, come altre del genere, è nata per dare l’opportunità di far ascoltare il concerto anche fuori dalle grandi sale, in veste cameristica. Le differenze per il solista sono minime, ma l’esperienza molto più ravvicinata con le “voci” dell’orchestra rende il tutto decisamente più intimo ma anche deliberato.
Anche per il concerto con il Consone suonerà un pianoforte Pleyel. Quali sono le caratteristiche di questo strumento rispetto al pianoforte moderno? Che approccio interpretativo è necessario per eseguire il repertorio su uno strumento d’epoca?
Il Pleyel è uno strumento di ineffabile dolcezza. Non ha grandi sonorità, ma non è certamente questa la sua necessità. Dispone di una grande palette di colori e soprattutto nel registro centrale sembra davvero imitare la voce umana. Sono molto felice di potermi approcciare a questo strumento. L’intento interpretativo è sempre lo stesso, ma l’orecchio e le mani possono forse “viaggiare” maggiormente nel tempo…
Come ha scelto il programma del suo ultimo recital? Ci sono dei collegamenti con le opere eseguite negli altri concerti solistici torinesi?
C’è sicuramente un legame importante con gli altri recital: in particolare in ognuno di essi ho voluto terminare la serata con un capolavoro della letteratura russa: i Quadri da un’esposizione di Musorgskij il primo anno, la Seconda sonata di Rachmaninov l’anno scorso e quest’anno la Settima sonata di Prokof’ev.
Poi volevo accostare il repertorio moderno al contemporaneo, ed è così che abbiamo sia Colla sia Palomar. Guillem Palomar è mio collega a Berlino, e mi fa piacere poter portare a Torino un pezzo della ricerca artistica legata alla città in cui sto vivendo da ormai otto anni.
Nella prima parte ci saranno Schubert e Chopin, due anime affini nella ricerca introspettiva e dai confini non spesso chiaramente delineati, ma anche compositori diversissimi per indole, piena di grazia l’una, afflitta e turbata l’altra. Suono la Quarta Ballata di Chopin ormai da molti anni, ma spesso mi sorprendo ancora di come sia in grado, in dieci minuti, di raccontare la storia di una vita intera.
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Intervista raccolta da Gabriella Gallafrio per l’Unione Musicale


