Intervista esclusiva al
Quartetto La Clementina

Avete percorsi formativi e professionali diversi: in quale contesto nasce il vostro quartetto e da quale esigenza artistica?

Siamo convinti che percorsi diversi ci abbiano portato a confluire in un punto comune: rielaborare la nostra passione per il quartetto alla luce dell’esperienza personale con gli strumenti storici. Vale a dire continuare ad apprezzare il lavoro di formazioni che hanno fatto la storia (Giulio ad esempio è un appassionato del Quartetto Italiano) e cercare di leggere quello stesso repertorio con le lenti della prassi storica.

Da quale suggestione nasce il nome “La Clementina”?

Quant’è difficile trovare un nome! Crediamo che quasi ogni gruppo emergente lo sappia. Noi ne abbiamo uno che sta bene in un cesto della frutta… ma c’è un’altra ragione. Abbiamo capito di voler suonare insieme suonando l’Allegro Bizzarro di un quartetto di Boccherini e allora gli abbiamo reso omaggio: La Clementina è il titolo di una sua zarzuela del 1786.

Per voi che cosa significa confrontarsi con “classici” del repertorio, già incisi ed eseguiti tante volte, come i Quartetti di Haydn che proporrete a Torino?

Il nostro modo di lavorare prevede che alle prove alterniamo sempre lo studio del repertorio che fa parte del canone con esercizi da noi inventati e con repertorio coevo meno eseguito. Ad esempio, per studiare i Quartetti di Haydn Lorenzo si è divertito a sviscerarne la struttura e a trarne dei partimenti da suonare a quattro, un po’ come se fossimo un continuista a quattro teste. È un modo per giocare con la musica composta e depositata in forma stabile sulla carta, riportandola a un livello più “mobile” e compatibile con l’improvvisazione.

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Il programma esplora gli inizi del genere quartettistico confrontando la tradizione italiana, con Maddalena Sirmen e Boccherini, e quella germanica, rappresentata da Haydn. Quali particolarità emergono da questo confronto?

La particolarità è… che ci piace suonare tutto! Da un lato siamo stati educati sin da piccoli ad apprezzare le raffinatezze compositive di Haydn, dall’altro abbiamo riscoperto il piacere per il “cantabile” e il “suonabile”, per dirla con Tartini, il maestro di Maddalena Sirmen. Forse questo piacere lo ha riassunto al meglio il violinista Jean Baptiste Cartier: “Se Dio volesse parlare all’uomo in musica, lo farebbe con le opere di Haydn, ma se desiderasse egli stesso ascoltare della musica, sceglierebbe Boccherini”.

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Per più di due secoli Maddalena Sirmen è stata conosciuta solo come destinataria di una lettera sulla didattica del violino, scritta dal celebre Tartini. Se voi poteste scrivere a Maddalena, come le spieghereste il vostro interesse per la sua musica, riscoperta solo da una dozzina di anni?

Le scriveremmo così: “Cara Maddalena, ce l’hai fatta! È vero, ti ricordiamo anche con il cognome che hai guadagnato con il matrimonio; ed è vero, ti ricordiamo anche come l’allieva del tuo anziano maestro. Ma soprattutto stasera ti ricordiamo per la tua musica, la tua invenzione. Forse il modo in cui suonavi è passato di moda in fretta, o almeno così la pensava un oscuro critico musicale parigino, ma il modo in cui usi la melodia continua a emozionarci nel 2026”.

Così come Sirmen era una strabiliante virtuosa del violino, Boccherini lo era del violoncello. Nel Quartetto in sol minore, il compositore dà al suo strumento un rilievo speciale?

Per questo programma abbiamo selezionato un quartetto in cui è soprattutto il primo violino a fare scintille, abbandonandosi persino a un Capriccio finale. Il violoncello rimane nei ranghi e si comporta come il fondamento dell’armonia, interloquendo qua e là. Ma certo, in altri quartetti il violoncello è ben più esuberante: esegue melodie intere, usa posizioni sovracute, si lancia in cadenze virtuosistiche fuori dalla tastiera…per stasera siamo rimasti più sobri, per controbilanciare la giocosità dei quartetti di Haydn.

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Intervista raccolta da Liana Püschel per l’Unione Musicale

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