Al vostro debutto all’Unione Musicale nel 2022 siete state definite “uno degli ensemble più promettenti del panorama”. Come è proseguito il vostro percorso e quali sono le vostre aspettative per il futuro, anche in vista delle due importanti tournée in Cina e negli Stati Uniti?
È bella questa domanda perché è sempre bello guardare da dove si è partiti. Da quel 2022 abbiamo suonato in molte sale importanti in Italia e nel mondo, quindi possiamo dire che il percorso sia proseguito per come lo sognavamo agli inizi, e per questo ci sentiamo molto fortunate. C’è stato e c’è tutt’ora un grande impegno, passione e lavoro. Con l’Unione Musicale abbiamo un rapporto speciale, poiché fu una delle prime stagioni concertistiche di rilievo in Italia ad aver investito nel nostro gruppo, grazie alla stima e visione del direttore artistico Antonio Valentino, che ci conobbe giovanissime. Vedere che tale fiducia venga riconfermata nel tempo, facendoci tornare periodicamente qui, è per noi motivo di grande orgoglio e gratitudine. Il futuro lo immaginiamo in due direzioni: da un lato la continuazione di quei rapporti professionali (ma ormai anche umani) con gli Enti per i quali collaboriamo stabilmente, dall’altro la nascita di nuovi progetti ed avventure, come la tournée in Cina che avrà 1ti date e comprenderà debutti in alcune delle sale più belle e prestigiose al mondo, o come gli Stati Uniti dove avremo l’onore di collaborare con la Carnegie Hall di New York. Insomma… da quel 2022 non ci siamo annoiate!
Nei vostri programmi ricorre spesso la musica romantica. Che cosa vi attrae di questo repertorio? E in che modo pensate che possa parlare ai giovani di oggi (come siete voi) e anche a chi non frequenta abitualmente la musica classica?
La Musica di ogni grande periodo storico è portatrice di una sua specifica bellezza e linguaggio, che attraggono pubblico ed interpreti in modi molto diversi. Noi siamo affezionate alla musica romantica per vari motivi, di cui il più importante è personale, poiché il primo brano che abbiamo deciso di mettere sul nostro leggio ormai 6 anni fa un il Terzo Trio di Johannes Brahms, compositore tardo romantico per eccellenza, che da subito ha fatto nascere in noi una voglia irrefrenabile di approfondire la poetica musicale del periodo. Da lì Schumann, Cajkovskij, Mendelssohn e gli altri sono stati una naturale conseguenza. Ci affascina del loro linguaggio la capacità di arrivare a mettere in musica le più profonde contraddizioni dei sentimenti dell’animo umano; la loro è una musica che parla alla “pancia” di tutti noi, che scava nel profondo creando quella sensazione di condivisione poiché tutti ci sentiamo connessi dalle emozioni che viviamo. Ecco, questo appassiona anche chi non è un musicista e ascolta Brahms o Schumann per la prima volta.
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In una lettera alla sorella Fanny, Felix Mendelssohn diceva che il suo Trio in do minore era scomodo da suonare, ma non veramente difficile. Dal vostro punto di vista di interpreti, che cosa significa affrontare questo brano? Condividete la sua osservazione?
Entrambi i fratelli Mendelssohn hanno una caratteristica ben precisa nella loro scrittura per Trio: essa è estremamente “pianocentrica”. Questo vuol dire che, nell’equilibrio tra le nostre parti, certamente quella della pianista è la più densa di materiale tecnico e musicale. Il Secondo Trio di Felix è un bel mix tra un brano “di bravura”, dunque virtuosistico, ed un brano testimone del linguaggio musicale romantico, e cioè dalle lunghe frasi cantabili e partecipate degli archi. Possiamo immaginare che lo ritenesse scomodo da suonare poiché appunto bisogna trovare un saggio equilibrio tra questi due elementi: la precisione del gesto tecnico e la grande espressività e libertà nel fraseggio, senza uno di questi due ingredienti la sua “architettura” non sta in piedi! Ma non veramente difficile (lui dice!) poiché in effetti la scrittura di Felix Mendelssohn è una scrittura estremamente consapevole dello strumento al quale è rivolta, dunque ogni difficoltà tecnica è “pensata” per quello specifico strumento e perciò ha già in sé una sua soluzione. Per noi affrontare questo brano ha voluto dire una bella prova di nostre qualità da esplorare.
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Nella famiglia Mendelssohn l’educazione musicale era considerata per Fanny un “ornamento”, mentre per Felix divenne una professione. Essendo un ensemble femminile, sentite che oggi la questione di genere nel mondo musicale sia ancora un tema attuale?
Questa domanda capita “a fagiolo”, poiché noi abbiamo eseguito per la prima volta il Trio di Fanny al Teatro Argentina di Roma, nel 2022, in una serata dedicata alle Donne per l’Accademia Filarmonica Romana. E prima di iniziare il concerto abbiamo raccontato di come Fanny abbia tenuto per sé questo lavoro per molti mesi dopo averlo scritto, poiché non aveva il coraggio di pubblicarlo, in quanto una donna compositrice non era ben accettata dalla società del tempo, e dunque fu molto scoraggiata. Fu proprio al ritorno da un suo viaggio in Italia che scrisse in una lettera al fratello Felix che aveva trovato il coraggio di rendere pubblica questa sua opera, che però non ebbe la stessa fama e gloria dei lavori del fratello, proprio a causa della questione di genere. Ad oggi il tema resta attuale (per fortuna non certo allo stesso modo dell’Ottocento!) ed in quanto ensemble al femminile cerchiamo attraverso vari progetti musicali (come ad esempio il riportare alla luce capolavori di compositrici dimenticate) di continuare un percorso di parità, dove al primo posto c’è il merito, e non deve importare se al maschile o al femminile.
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Intervista raccolta da Liana Püschel per l’Unione Musicale

