L’ensemble Armoniosa ha già alle spalle quattordici anni di attività e si pone come realtà di eccellenza nello studio e nell’interpretazione del repertorio barocco, anche in ambito internazionale. Siete soddisfatti degli obiettivi raggiunti e quali sono le idee e i progetti a lungo termine ancora da realizzare o in lavorazione?
Dopo quattordici anni di attività possiamo dire di essere profondamente soddisfatti del percorso compiuto. Armoniosa è nata come progetto animato da una forte passione per il repertorio barocco e da un’idea di lavoro rigorosa, fondata sulla ricerca storica e su un dialogo costante tra interpreti. Vedere oggi l’ensemble riconosciuto come una realtà di eccellenza, anche in ambito internazionale, rappresenta per noi una conferma importante della direzione intrapresa.
Allo stesso tempo, consideriamo questi traguardi non come un punto di arrivo, ma come una base solida su cui continuare a costruire. Tra gli obiettivi a lungo termine ci sono l’approfondimento di repertori meno frequentati, in particolare opere rare o inedite del Sei e Settecento, e il proseguimento dell’attività discografica come strumento di documentazione e diffusione del nostro lavoro. Un ruolo centrale è occupato anche dai progetti concertistici dedicati a grandi autori come Bach e Vivaldi, accanto a programmi concepiti come veri e propri percorsi narrativi, come il viaggio nella Venezia di inizio Settecento, che ci sta portando a esibirci nelle principali sale europee. Stiamo inoltre sviluppando nuove collaborazioni e residenze artistiche, con l’obiettivo di rafforzare ulteriormente la dimensione internazionale dell’ensemble e di continuare a crescere, mantenendo intatta la nostra identità e la curiosità che ci accompagna fin dall’inizio.
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Con un ensemble di soli cinque elementi, come riuscite a restituire la pienezza e la ricchezza del repertorio che eseguite? Quali sfide interpretative comporta il vostro organico?
Con un organico di soli cinque elementi, la nostra scelta è sempre stata quella di trasformare una possibile limitazione in una risorsa espressiva. Il “segreto”, se così si può definire, risiede innanzitutto in una concezione timbrica molto precisa dell’ensemble, costruita su un organico che include due strumenti a tastiera, organo e cembalo, dai colori e dalle possibilità armoniche profondamente differenti. L’alternanza e la combinazione di questi due strumenti ci consentono di modellare il tessuto sonoro con grande varietà, restituendo profondità, pienezza e ricchezza anche in un contesto cameristico.
Un altro elemento centrale è rappresentato dall’utilizzo di due violoncelli a cinque corde, strumenti assolutamente unici. Il primo è un violoncello piccolo con la quinta corda in acuto, che amplia in modo significativo le possibilità di dialogo con il violino, permettendo intrecci melodici più agili e una maggiore flessibilità nel registro medio-alto. Il secondo, ultimo arrivato nell’ensemble, è invece un violoncello a cinque corde con la quinta corda al grave, costruito appositamente per noi dai liutai Valentina Montanucci e Federico Rivoli: uno strumento che ci consente di coprire alcune funzioni tipiche del contrabbasso, mantenendo al tempo stesso il ruolo centrale di viola e di violoncello di continuo.
Dal punto di vista interpretativo, questa configurazione comporta sfide importanti: ogni parte è estremamente esposta e richiede una forte consapevolezza stilistica, un ascolto costante e un equilibrio molto raffinato. Allo stesso tempo, però, proprio questa struttura ci offre una grande libertà espressiva e una straordinaria versatilità, permettendoci di affrontare il repertorio barocco con una voce personale, coerente e al tempo stesso sorprendentemente ricca sul piano sonoro.
In apertura del vostro concerto al Conservatorio, interamente vivaldiano, eseguirete le celebri Stagioni nella trascrizione di Michele Barchi. Quali sono le peculiarità di questo adattamento?
La trascrizione di Michele Barchi nasce dall’idea di ripensare Le stagioni all’interno di un contesto cameristico, mantenendo intatta la forza narrativa e descrittiva della partitura vivaldiana, ma filtrandola attraverso una prospettiva timbrica e strutturale diversa. Non si tratta di una semplice riduzione dell’organico orchestrale, bensì di una vera e propria rilettura, pensata per valorizzare il dialogo tra le parti e mettere in luce dettagli spesso meno percepibili nelle versioni più tradizionali.
Una delle peculiarità principali di questo adattamento è l’attenzione al basso continuo e alla sua articolazione, che diventa un elemento drammaturgico centrale, capace di sostenere e amplificare il discorso musicale. Allo stesso tempo, la scrittura per il violino solista mantiene un ruolo fortemente espressivo e virtuosistico, inserendosi però in un tessuto sonoro più trasparente, dove ogni intervento strumentale è chiaramente riconoscibile.
Questa trascrizione ci permette inoltre di esplorare nuove sfumature dinamiche e timbriche, accentuando il carattere teatrale e quasi “sperimentale” delle Stagioni, e rendendo ancora più evidente l’incredibile modernità del linguaggio di Vivaldi. Per noi è un modo di aprire il concerto con un’opera iconica, offrendo al pubblico una chiave di ascolto inedita, coerente con la nostra identità e con la ricerca che da sempre accompagna il lavoro di Armoniosa.
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Il maestro Barchi ha curato anche la trascrizione del Concerto RV 383a, il cui primo movimento fu ridotto per clavicembalo da J. S. Bach in BWV 980. Questa versione è stata d’ispirazione per il lavoro di Barchi?
In realtà no, non è stata una fonte di ispirazione diretta. La trascrizione di Michele Barchi nasce da un lavoro molto aderente al testo vivaldiano e alle sue possibilità espressive, più che da un confronto con la versione bachiana. Naturalmente il fatto che Bach abbia trascritto il primo movimento del RV 383a per clavicembalo è un elemento di grande fascino storico e musicale, ma non ha orientato in modo determinante questo progetto.
L’idea di Barchi era piuttosto quella di costruire una versione che fosse coerente con il nostro organico e con l’identità sonora di Armoniosa, rispettando la logica formale e retorica del concerto originale. In questo senso, la trascrizione non guarda a Bach come modello, ma si inserisce in quella prassi settecentesca di adattamento e rielaborazione, in cui la musica veniva costantemente ripensata in funzione dei contesti esecutivi.
Possiamo dire che le due versioni, quella di Bach e quella di Barchi, rappresentano due risposte diverse alla stessa straordinaria qualità della scrittura vivaldiana: autonome, lontane nel tempo, ma entrambe capaci di mettere in luce la forza e la modernità di questo repertorio.
La Sonata op. 1 n. 12, La follia, fu concepita originariamente per due violini e basso continuo, ma nella vostra interpretazione un violino è sostituito dal violoncello. La musica barocca prevedeva l’adattamento alle risorse contingenti, così come l’improvvisazione, quindi, in termini di libertà interpretativa, qual è secondo voi il limite da non oltrepassare per restare fedeli all’originale?
La musica barocca è sempre stata molto flessibile: adattare le parti alle risorse disponibili, così come improvvisare, era la norma, non l’eccezione. Nel caso de La follia, noi sostituiamo un violino con il nostro violoncello piccolo a cinque corde, che ha la quinta corda in MI acuto. Questo lo rende praticamente un “secondo violino ideale”: riesce a dialogare con il primo violino senza perdere brillantezza nel registro alto e allo stesso tempo arricchisce il tessuto sonoro con il colore proprio del violoncello.
Il limite da non oltrepassare, secondo noi, non è tanto nello strumento che scegliamo, ma nel rispetto delle funzioni delle parti e dello spirito della musica. Anche quando improvvisiamo, dobbiamo sempre lavorare entro i confini dello stile e della logica musicale del brano. In questo senso, la libertà interpretativa è consapevole: ci permette di esplorare timbri, dinamiche e sfumature, senza mai tradire l’intenzione originale di Vivaldi. È un equilibrio delicato, ma è proprio questa tensione tra libertà e fedeltà a rendere la musica barocca così viva e affascinante.
Alcuni di voi hanno iniziato lo studio della musica con il metodo Suzuki e questo concerto sarà anche l’occasione per festeggiare i 50 anni del metodo Suzuki in Italia. Cosa ha rappresentato questo approccio nel vostro percorso artistico? Quali sono secondo voi i punti di forza del metodo che ancora oggi ritenete importanti nella formazione musicale di un bambino?
Il metodo Suzuki ha avuto un ruolo fondamentale nel nostro percorso, perché ci ha insegnato fin da subito che la musica è innanzitutto ascolto e condivisione, prima ancora che tecnica o teoria. Crescere con questo approccio ci ha permesso di sviluppare una sensibilità musicale naturale, una curiosità autentica e la gioia di fare musica insieme.
Tra i punti salienti del metodo, che ancora oggi riteniamo fondamentali, ci sono la costanza nello studio e nella pratica, l’attenzione alla musicalità fin dalle prime note e la cura nel costruire un rapporto profondo con il repertorio, anche barocco. In Italia, il metodo è stato portato da Antonio Mosca e Lee Robert, che hanno saputo trasmettere questi principi con grande passione e rigore: il loro lavoro ha reso possibile un approccio alla musica tanto metodico quanto creativo, capace di accompagnare i bambini nello sviluppo tecnico ed espressivo.
Festeggiare i 50 anni del metodo Suzuki in Italia con questo concerto è quindi particolarmente significativo per noi: è un’occasione per riconoscere quanto quell’approccio abbia segnato il nostro percorso artistico e quanto continui a rappresentare un modello prezioso per chi oggi inizia a imparare la musica.
I prossimi concerti dell’Unione Musicale
Intervista raccolta da Liana Püschel per l’Unione Musicale

