Il quintetto Pentafiati è nato a Torino nel 2012 e da allora la formazione è cambiata ma il fulcro dell’ensemble continua ad essere il Conservatorio Giuseppe Verdi. È così? Cosa significa per voi esibirvi nella “vostra” città?
Roberta: Esatto, il Pentafiati è “figlio” – in tutto e per tutto – del Conservatorio di Torino, luogo in cui ci piacerebbe presto tornare a esibirci, dove tutto è nato! Hanno collaborato e collaborano con noi musicisti torinesi, o legati in qualche modo alla città, e questo permette alla formazione di mantenere un clima possiamo dire familiare. E noi stessi ci sentiamo da sempre una piccola seconda famiglia! Esibirci in una storica e prestigiosa rassegna torinese, oltre che “giocare in casa”, per noi rappresenta un piacevole viaggio nel tempo che vale la pena intraprendere. Ed è un onore poterlo condividere con voi!
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Ciascuno di voi è impegnato anche con varie orchestre. Qual è il ruolo del quintetto nella vostra vita professionale e nella crescita artistica?
Carlo Alberto: Il quintetto (come qualsiasi gruppo cameristico) è molto importante per la crescita di un musicista professionista sotto vari aspetti: in primo luogo richiede un’alta intensità fisica e tecnica che differisce dal suonare in orchestra, l’abilità nell’ascolto viene maggiormente affinata, permettendo una ricerca di un suono “identitario”, come forma imprescindibile di espressione. Oltre questo, per noi Pentafiati il quintetto è sperimentazione, cioè la possibilità di intraprendere un percorso di ricerca che va oltre la classica esecuzione e che tende verso una vera e propria performance artistica.
Il concerto torinese, Fiati spiegati, “spiega” le vele della musica per portarci dove?
Matteo: La musica è un luogo complesso ed articolato, e ogni brano è una città della quale ad ogni visita si scopre una via mai notata prima. I nostri concerti provano a “spiegare” la musica per spiegare le ali e salire in quota. Proprio come un uccello che planando sopra una città può scorgere una porzione di mappa più ampia rispetto a chi cammina sul marciapiede. Se riuscite a cogliere la geografia di un brano, la strada che vi suggeriamo di prendere è quella che vi piace di più!
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Possiamo dire che il programma si pone all’insegna del divertimento?
Simone: Assolutamente sì! La nostra prerogativa, quando suoniamo insieme, è proprio quella di divertirci. Il repertorio che ascolterete domenica 21 dicembre al Teatro Vittoria rappresenta la massima espressione del brio e della spensieratezza che una formazione di strumenti a fiato può offrire.
I brani scelti sono adatti a un pubblico variegato, più o meno “esperto”. Volete lasciare un messaggio a chi non frequenta la classica per invitarlo ad assistere?
Irene: Il mondo della musica classica è come una foresta incantata: di primo acchito può spaventare, può sembrare buia e impervia, ma se vi lascerete sorprendere dai piccoli dettagli come dei giovani esploratori, se vi farete abbracciare dai ritmi e dalle voci che la animano, ritroverete sentieri familiari abitati da ricordi forse sepolti.
Un consiglio che ci sentiamo di darvi è: non abbiate paura di non essere abbastanza esperti per addentrarvi in questa foresta, la sua complessità apparente nasconde un animo giovane, puro e genuino che vorrebbe solo prendervi per mano e sedersi accanto a voi.
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Intervista raccolta da Liana Puschel per l’Unione Musicale


